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Non c’è soluzione?

Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913

Non c’è soluzione perché non c’è alcun problema, diceva Marcel Duchamp. Quando c’è un problema, infatti, c’è anche una soluzione. Anzi tante. Perché i problemi sono imprevisti, complicazioni, pieghe che la vita può assumere, e le soluzioni hanno a che fare con il senso che diamo a quei problemi. Ognuno il proprio, diverso a seconda dei momenti e dei contesti.

Le soluzioni ci sono, anche quando ci sembra di non riuscire a trovarne neanche una, e capita di accanirsi a cercarla come in un rompicapo, desiderosi di scovare quella giusta, quella, per intenderci, che si trova sempre al fondo del prossimo numero della settimana enigmistica.

Altre volte accade che le soluzioni che abbiamo sempre adottato smettano di funzionare e allora si crea il problema. E le ragioni per cui questo avviene sono svariate e hanno a che fare con la fitta rete di relazioni e significati di cui facciamo parte, in un meccanismo che di solito procede, ma talvolta si può anche inceppare. Quello che può succedere, allora, quando non ci s’impunta a restare nella propria posizione, è che si fanno tentativi per trovare soluzioni appropriate. E se nessuna di queste alternative funziona, si pensa che il problema sia irrisolvibile, senza considerare che quelle soluzioni potrebbero essere nuove, perché non le abbiamo mai adottate, e insieme vecchie, perché maturate ancora nello stesso sistema di significati che si è rivelato inefficace. Se, ad esempio, un genitore vuole che il figlio adolescente smetta di restare incollato ai videogiochi, trovare dieci strategie diverse per dirgli che questo non va bene non sempre porta i risultati sperati. Non senza aver provato a connettersi con lui, con sé stesso all’età di suo figlio, con la storia che racconta quel videogioco.

Molto spesso ci sembra che la soluzione coincida con l’eliminazione del problema e con un ritorno all’equilibrio che c’era prima del problema. Penso, ad esempio, alle persone che hanno un sintomo fastidioso di cui vorrebbero comprensibilmente liberarsi. Ma questo non è sempre possibile, perché il sintomo o il malessere non sono cose che si possono aggiustare, come un rubinetto che perde, o togliere, come un dente che duole. E anche quando avviene qualcosa di simile, nei casi di remissione del sintomo, non è detto che il problema sia proprio il sintomo e che la soluzione desiderata arrivi focalizzandosi sull’eliminazione dello stesso. Se questa è sempre un sollievo, è altrettanto vero che di problemi, nella vita, se ne presenteranno altri. E allora, meglio imparare ad averci a che fare, meglio imparare a fabbricarsi le proprie soluzioni, perché la vita è la nostra e chi meglio di noi sa quali sono le soluzioni più adatte per sé? Quindi, quando il problema non si può eliminare, la soluzione può essere quella di diventare capaci di avere a che fare con il problema e di inserirlo in una narrazione più ampia, quella della propria esistenza.

Ed è questo, per me, il mio lavoro: aiutare le persone a riconnettersi con l’esistenza, che è meravigliosa e tragica insieme, e a imparare a trovare le proprie soluzioni attraverso l’esplorazione.

La soluzione non è tanto una questione di capire, ma la soluzione arriva piuttosto facendo, entrando in contatto con il problema, accettando che il restare in una situazione emotiva non è qualcosa che sappiamo dove ci possa portare, non è qualcosa che possiamo controllare. E per maneggiare le emozioni di cui è fatto il problema, occorre prendere anche le distanze, guardarlo da altre prospettive, lasciare che altri lo guardino e ci dicano la loro. Ancora, bisogna smettere di guardarlo, questo problema. A volte si risolve, altre volte assume una rilevanza diversa, e questo avviene perché si è allargato lo sguardo verso altre possibilità.

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E vedere di nascosto l’effetto che fa

Fotografia di Robert Doisneau

In questi giorni mi ritrovo sempre più spesso a canticchiare “e vedere di nascosto l’effetto che fa”, da Vengo anch’io no tu no di Enzo Jannacci. Oggi, poi, continua a frullarmi per la testa.

Domani qualcosa cambierà. Tutti i giorni qualcosa cambia, certo, e da quando è esplosa questa pandemia mi sembra che i pensieri e i comportamenti scadano come le uova, eppure la giornata di domani esibisce il cambiamento come il titolo sulla targhetta di un’opera esposta in un museo. E così sembra assumere la stessa forza spiazzante di un ready-made di Duchamp, con annessi pareri contrastanti sullo status di opera d’arte. Penso ad esempio all’opera Fontana, l’orinatoio che spostato di contesto e di uso porta con sé un nuovo punto di vista e diventa opera d’arte, e mi viene da usarlo per immaginare lo spiazzamento che apre la targhetta di “Fase 2”.

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