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La stanza in più dell’Ospedale Regina Margherita

La stanza in più è il progetto di formazione aziendale nato dall’incontro con il floral & garden designer David Zonta con l’intento di recuperare l’impianto e l’ispirazione umanistica che dovrebbero essere intrinseci ad ogni atto formativo e mettere al centro la cura della persona e dell’ambiente in cui opera, attraverso l’utilizzo di piante e fiori, i cui benefici per la salute sono confermati da tempo anche sul piano scientifico.

All’interno del reparto di Pronto Soccorso dell’Ospedale Regina Margherita, La stanza in più è intesa come spazio per prendersi cura di chi cura, nella convinzione che la propria persona sia il principale strumento di lavoro, il terreno in cui le competenze si incarnano e si fanno relazione. A maggior ragione quando si lavora con bambini e ragazzi.

Abbiamo allestito un’area verde con l’idea che possa essere uno spazio di decompressione non solo per chi ci lavora, ma anche per i ragazzi che attraversano il reparto, un luogo, dunque, che offra respiro ma anche raccoglimento. Spesso chi lavora nel campo della cura, quando esce o quando si ritaglia uno spazio rigenerante al di fuori dell’intervento, tende a restare sulla soglia, sia fisicamente che metaforicamente, senza staccare davvero. Lo spazio individuato è all’esterno, e si presta dunque anche strutturalmente a lavorare su questi temi. L’abbiamo infatti pensato come spazio in cui entrare, progettandolo con elementi di richiamo atti allo scopo e con un arredo verde che crea un abbraccio che accoglie e ripara. La stanza, che etimologicamente ha a che fare con lo stare, si fa dunque luogo in cui stare per stare, in cui sostare per rigenerarsi, non già per andare altrove, bensì per continuare a stare con rinnovata energia nei propri impegni e compiti.

A corredo della progettazione, è previsto un incontro con l’équipe della Medicina d’Urgenza per affrontare i temi della cura di chi cura, al fine di confrontarsi sui diversi significati che quello spazio e la possibilità di entrarci può avere per le persone che sono coinvolte direttamente. Tale incontro sarà occasione per raccontare la progettazione e per condividere le pratiche di cura, attivando competenze di cura del verde con cui dialogare in una relazione circolare.

Il progetto è promosso dalla Fondazione Albero Gemello – ONLUS, che l’ha dedicato all’Ospedale Regina Margherita, ed è stato accolto con entusiasmo e sostegno dal formidabile gruppo di lavoro dell’Ospedale. Fondamentale, infine, la collaborazione con il Garden Center Le Serre di Piobesi Torinese.

A tutti grazie di cuore!

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Non c’è soluzione?

Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1913

Non c’è soluzione perché non c’è alcun problema, diceva Marcel Duchamp. Quando c’è un problema, infatti, c’è anche una soluzione. Anzi tante. Perché i problemi sono imprevisti, complicazioni, pieghe che la vita può assumere, e le soluzioni hanno a che fare con il senso che diamo a quei problemi. Ognuno il proprio, diverso a seconda dei momenti e dei contesti.

Le soluzioni ci sono, anche quando ci sembra di non riuscire a trovarne neanche una, e capita di accanirsi a cercarla come in un rompicapo, desiderosi di scovare quella giusta, quella, per intenderci, che si trova sempre al fondo del prossimo numero della settimana enigmistica.

Altre volte accade che le soluzioni che abbiamo sempre adottato smettano di funzionare e allora si crea il problema. E le ragioni per cui questo avviene sono svariate e hanno a che fare con la fitta rete di relazioni e significati di cui facciamo parte, in un meccanismo che di solito procede, ma talvolta si può anche inceppare. Quello che può succedere, allora, quando non ci s’impunta a restare nella propria posizione, è che si fanno tentativi per trovare soluzioni appropriate. E se nessuna di queste alternative funziona, si pensa che il problema sia irrisolvibile, senza considerare che quelle soluzioni potrebbero essere nuove, perché non le abbiamo mai adottate, e insieme vecchie, perché maturate ancora nello stesso sistema di significati che si è rivelato inefficace. Se, ad esempio, un genitore vuole che il figlio adolescente smetta di restare incollato ai videogiochi, trovare dieci strategie diverse per dirgli che questo non va bene non sempre porta i risultati sperati. Non senza aver provato a connettersi con lui, con sé stesso all’età di suo figlio, con la storia che racconta quel videogioco.

Molto spesso ci sembra che la soluzione coincida con l’eliminazione del problema e con un ritorno all’equilibrio che c’era prima del problema. Penso, ad esempio, alle persone che hanno un sintomo fastidioso di cui vorrebbero comprensibilmente liberarsi. Ma questo non è sempre possibile, perché il sintomo o il malessere non sono cose che si possono aggiustare, come un rubinetto che perde, o togliere, come un dente che duole. E anche quando avviene qualcosa di simile, nei casi di remissione del sintomo, non è detto che il problema sia proprio il sintomo e che la soluzione desiderata arrivi focalizzandosi sull’eliminazione dello stesso. Se questa è sempre un sollievo, è altrettanto vero che di problemi, nella vita, se ne presenteranno altri. E allora, meglio imparare ad averci a che fare, meglio imparare a fabbricarsi le proprie soluzioni, perché la vita è la nostra e chi meglio di noi sa quali sono le soluzioni più adatte per sé? Quindi, quando il problema non si può eliminare, la soluzione può essere quella di diventare capaci di avere a che fare con il problema e di inserirlo in una narrazione più ampia, quella della propria esistenza.

Ed è questo, per me, il mio lavoro: aiutare le persone a riconnettersi con l’esistenza, che è meravigliosa e tragica insieme, e a imparare a trovare le proprie soluzioni attraverso l’esplorazione.

La soluzione non è tanto una questione di capire, ma la soluzione arriva piuttosto facendo, entrando in contatto con il problema, accettando che il restare in una situazione emotiva non è qualcosa che sappiamo dove ci possa portare, non è qualcosa che possiamo controllare. E per maneggiare le emozioni di cui è fatto il problema, occorre prendere anche le distanze, guardarlo da altre prospettive, lasciare che altri lo guardino e ci dicano la loro. Ancora, bisogna smettere di guardarlo, questo problema. A volte si risolve, altre volte assume una rilevanza diversa, e questo avviene perché si è allargato lo sguardo verso altre possibilità.

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Nei nostri Panni – nuove date

Il laboratorio di scrittura autobiografica ideato e condotto con Alessandra Racca torna in una nuova veste online.

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Prospettica

E’ nata Prospettica, rassegna itinerante di Land Art Lab

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Di cosa parliamo quando parliamo di umanità

Roberto Latini ne I giganti della montagna di Fortebraccio Teatro

Che cos’è l’umanità? Come caratteristica che si attribuisce alle persone, intendo. La sto sentendo e usando molto, anche nel suo contrario, ma mi rendo conto di fare fatica a definirla. Eppure, non ho alcuna esitazione a riconoscerla quando la vedo.

Ezio Bosso, ad esempio, aveva una grande umanità, ed è anche quella che rende così commosso e vivo il suo ricordo. Aveva, cioè, la capacità di stare tra gli accidenti della vita, con un accidente della vita, e la generosità di mostrarsi nelle sue grandezze e nelle sue fragilità. Un po’ come se ci dicesse:

guardate che ce la possiamo fare, guardate che la vita è bella anche se non è facile, guardate che non va tutto liscio, eppure possiamo sempre trovare un modo per essere felici, per dare frutto. Possiamo sempre trovare un modo per trasformarci insieme alla vita.
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La visione di Giano

A una settimana dall’allentamento delle misure restrittive, una delle cose che mi ha colpito di più degli incontri con alcune delle persone a me care è stato il sollievo di constatare che non sono cambiate. Non so dire cosa mi aspettassi. Forse, semplicemente, che l’impossibilità di riprendere i gesti consueti ci potesse confondere o tenere bloccati.

In realtà, non penso che le persone che ho incontrato non siano cambiate, penso semmai che tutti siamo cambiati e che riprendere contatto significhi soprattutto riconoscersi, conoscersi di nuovo. Ricordare, cioè, l’intimità con cui abitavamo quella relazione e, al contempo, mettersi in ascolto per inventare modi per ricrearla. Un po’ come quando conosciamo qualcuno per la prima volta: proviamo a prendere le misure, esploriamo su che registro muoverci, azzardiamo promesse di vicinanza o prudenti distanze. E forse ora, paradossalmente, rischia di apparirci più rassicurante incontrare sconosciuti con cui scambiare qualche chiacchiera senza grandi investimenti e spesso con una gentilezza particolarmente complice.

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E vedere di nascosto l’effetto che fa

Fotografia di Robert Doisneau

In questi giorni mi ritrovo sempre più spesso a canticchiare “e vedere di nascosto l’effetto che fa”, da Vengo anch’io no tu no di Enzo Jannacci. Oggi, poi, continua a frullarmi per la testa.

Domani qualcosa cambierà. Tutti i giorni qualcosa cambia, certo, e da quando è esplosa questa pandemia mi sembra che i pensieri e i comportamenti scadano come le uova, eppure la giornata di domani esibisce il cambiamento come il titolo sulla targhetta di un’opera esposta in un museo. E così sembra assumere la stessa forza spiazzante di un ready-made di Duchamp, con annessi pareri contrastanti sullo status di opera d’arte. Penso ad esempio all’opera Fontana, l’orinatoio che spostato di contesto e di uso porta con sé un nuovo punto di vista e diventa opera d’arte, e mi viene da usarlo per immaginare lo spiazzamento che apre la targhetta di “Fase 2”.

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Nuovo webinar di Land Art Lab

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Metafore per prendersi cura

Il giardino dei ciliegi, regia Alessandro Serra. Foto Alessandro Serra

In questi giorni mi sono sentita a disagio a vedere alcuni paragoni tra il 25 aprile del 1945 e i nostri tempi.

La metafora della guerra, così come quella della reclusione, finora non mi dava particolare fastidio, semplicemente la trovavo poco utile. Se infatti le metafore sono dei processi creativi attraverso cui la mente costruisce significati intorno al mondo e al proprio modo di percepirlo, allora

non penso che si possa dire che una metafora non va bene, ma semmai trovo che abbia più senso chiedersi in cosa ci aiuta e in cosa ci blocca, non permettendoci di vedere altro o di agire.
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Nei nostri panni – piccolo webinar – domenica 26 aprile 2020 ore 16